lunedì 20 febbraio 2017

La zombie bella e simpatica

E' il tempo dei morti viventi. L'incredibile successo di "The Walking Dead" ha portato alla nascita di una serie di telefilm, per dirla arcaicamente, che sfruttano il filone.
Tra queste si è rivelata molto meglio del previsto Izombie, tratta da un fumetto Vertigo, e scritta da Rob Thomas, celebre per Veronica Mars, accurata fusione di procedurale e sentimentale.
E proprio sentimentale e procedurale sono due degli ingredienti oltre alla questione dei morti viventi.
Uno zombie, se si nutre quotidianamente di cervello, non è diverso da un essere umano normale, anzi. Diventa una specie di supereroe, combatte molto meglio, ha lampi di memoria di colui che ha fornito il cibo. Solo una fame prolungata lo trasforma in quella ameba affamata diventata famosa grazie ai film di Romero e al telefilm tratto dal fumetto di Kirkman.
Accettate queste regole la serie è molto gradevole.
Liv, laureata in medicina, in procinto di sposarsi, va a una festa e la sua vita viene ribaltata. Una droga di nuovo tipo trasforma le persone in zombie e la protagonista si risveglia dentro un sacco per cadaveri guardando le sue mani che mostrano una pelle di un bianco lattiginoso.
Invece di impazzire la protagonista, mettendo alla prova la nostra sospensione della incredulità, è abile nel trovare un nuovo status quo, lascia il fidanzato, annuncia una svolta emo, lascia l'ospedale e va a lavorare in obitorio agli ordini del simpatico nerd barbuto Ravi che subito si mette all'opera per creare un vaccino; nutrendosi dei cervelli delle vittime aiuta le indagini del rampante detective Babineaux che ha l'ingrato compito di ignorare ogni indizio sulla zombificazione della ragazza.
Durante i casi di puntata che caratterizzano i primi episodi emerge la figura del cattivo della prima stagione, Blaine, il ragazzo che ha zombificato Liv; che ha la produttiva idea di zombificare persone abbienti e vendergli poi cervelli e non solo e mettendo su una produttiva macelleria dal meraviglioso nome di "Carne Carina" che usa i senzatetto e i ragazzi sbandati facilmente fatti sparire nel lato oscuro di Seattle, lo scenario in cui si svolgono le vicende.
Emergerà poi un nuovo cattivo, il proprietario di una specie di Red Bull che ha la zombificazione tra gli effetti collaterali.
La prima serie, 13 episodi di 45 minuti, è disponibile su Netflix.
Perchè vederla? Perchè lo zombie è il nostro doppio, rappresenta l'uomo massa che si piega alla sua ferinità, e anche in questa era social cercare di mantenere una propria etica nonostante tutto. Il lato gore e fetish provocato dal latente cannibalismo e dall'interazione tra i personaggi non fa che rendere disturbante la visione senza farcene allontanare.

martedì 14 febbraio 2017

Gabbani revolution?

Ieri sono accadute due cose inquietanti.
Il programma più importante della rete televisiva più importante del primo gruppo televisivo privato della nazione non riusciva a non parlare e a non far ascoltare una canzone che richiamava un programma appena andato in onda per cinque sere sul primo canale della tv di stato.
Una esiziale direzione del principale partito del paese si è aperta con l'inno nazionale preceduto sempre dal brano che ha a sorpresa vinto il sessantasettesimo festival di Sanremo:2007 "Occidentali's karma" cantato da Francesco Gabbani.
E i dati di itunes, la pagina facebook dell'Eurovisione, il panettiere sotto casa che non ti sveglia più con "curre curre quagliò", tutto ci induce a pensare che sul palco dell'Ariston sia andata in scena una nuova rottura semiologica del normale ascoltare e sentire.
Il brano è rivoluzionario e allo stesso tempo raccoglie il testimone di una serie di progenitori che hanno cercato di turbare l'animo dello stolido pubblico sanremese.
E' il 1986 quando uno dei più illuminati fantasisti della televisione italiana, Renzo Arbore, si presenta tra i fiori liguri con una canzone gonfia di sottotesti licenziosi e spinti, "Il clarinetto", e solo l'esplosione di Eros Ramazzotti gli impedisce di conquistare il favore dei giocatori del Totip che allora componevano la giuria.
Elio e le storie tese, uno dei gruppi che con più efficacia ha percorso le strade dell'innovazione lessicale e musicale non disgiunta dall'ironia, realizzarono il brano che ottenne più voti nel 1996 ("La terra dei cachi", cantata con Raoul Casadei in una delle serate) ma Pippo Baudo, presentatore e direttore artistico, cambiò il verdetto. Il gruppo milanese spargerà ancora il verbo nelle edizione del 2013 con "La canzone mononota" e "dannati forever" e nel 2016 con "Vincere l'odio".
Intanto Daniele Silvestri era stato il vincitore morale del festival del 2007 con "La paranza", che con un sound latinoamericaneggiante coniugava richiami all'amore e avvenimenti di cronaca come l'arresto di Bernanrdo Provenzano o il delitto di Cogne.
Il brano di Gabbani è il figlio di tutte queste audaci imprese. Basta rileggerne il testo:
Essere o dover essere
Il dubbio amletico
Contemporaneo come l’uomo del neolitico
Nella tua gabbia 2×3 mettiti comodo
Intellettuali nei caffè
Internettologi
Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi
L’intelligenza è démodé
Risposte facili
Dilemmi inutili.
AAA cercasi (cerca sì)
Storie dal gran finale
Sperasi (spera sì)
Comunque vada panta rei
And singing in the rain
Lezioni di Nirvana
C’è il Buddha in fila indiana
Per tutti un’ora d’aria, di gloria
La folla grida un mantra
L’evoluzione inciampa
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma
Occidentali’s Karma
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma
Piovono gocce di Chanel
Su corpi asettici
Mettiti in salvo dall’odore dei tuoi simili
Tutti tuttologi col web
Coca dei popoli
Oppio dei poveri.
AAA cercasi (cerca sì)
Umanità virtuale
Sex appeal (sex appeal)
Comunque vada panta rei
And singing in the rain.
Lezioni di Nirvana
C’è il Buddha in fila indiana
Per tutti un’ora d’aria, di gloria
La folla grida un mantra
L’evoluzione inciampa
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Occidentali’s Karma
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Quando la vita si distrae cadono gli uomini.
Occidentali’s Karma
Occidentali’s Karma
La scimmia si rialza.
Namasté Alé
Lezioni di Nirvana
C’è il Buddha in fila indiana
Per tutti un’ora d’aria, di gloria.
La folla grida un mantra
L’evoluzione inciampa
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Occidentali’s Karma
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma
Versi brevi, brevissimi, che prediligono lemmi recenti, un numero di citazioni spaventoso, che spazia da "2001" di Kubrick a "La scimmia nuda" di Desmond Morris a "La religione oppio dei popoli" di Karl Marx. Una critica puntuta all'uomo immerso nei social e a una certa religiosità orientaleggiante che sembra una facile via d'uscita. Eppure se ne possono estrarre, in questa serie quasi infinita di pitstop lessicali, tre righe che sarebbero piaciute a Montale e Quasimodo:
Mettiti in salvo dall'odore dei tuoi simili.
Per tutti un ora d'aria. Di gloria.
Quando la vita si distrae cadono gli uomini.
E questo immerso in un ritmo indiavolato, indianeggiante che frantuma ai primi ascolti l'attenzione sulla parola. E l'uso dello scimmione che svia dal resto, che richiama Arbore ed Elio per l'uso altro del palco. Sembra parlare d'altro, sembra dire che il karma dell'occidente è il suo tramonto, ma prima di lanciarsi in una ripetizione che porta via la nostra soglia dell'attenzione nel ballo sulle strade di Nuova Delhi ci lascia con due parole, namastè e alè che contengono più speranza del previsto.
L'assonanza tra uno dei termini più densi di significato della tradizione indiana e l'appello popolare dei gruppi informali italiani fa guadagnare a questa canzone il passaporto per essere apprezzata ad ogni livello e per essere cantata sui tetti e sugli stadi e per cambiare il nostro oggi come fece, agli inizi del miracolo economico, un altro brano spacca tempo: "Nel blu dipinto di blu" di Domenico Modugno.

martedì 2 luglio 2013

Il cinefilo pendolare (4) - Il peluche e l'assenza da star

Viaggio d'andata quasi da percorso netto: treno preso al volo e solo un'errore nel capire se il cinema Arlecchino fosse a destra o a sinistra di via Riva Reno.
Cinema Arlecchino, "La bella e la bestia" (Jean Cocteau, 1946, 94')
Cinema Jolly, "La porta del cielo" (Vittorio De Sica, 1945, 85')
Sala Scorsese, "Bonjour Mr. Lewis - secondo episodio" (Robert Benayoun, 1982, 55')
Sala Mastroianni, "Etudes sur Paris" (André Sauvages, 1928, 80')
Cinema Arlecchino, "L'amante perduta" (Jacques Demy, 1969, 90')
"La bella e la bestia" di Cocteau è un'opera seminale, grazie anche alle risonanze del film Disney che praticamente lo saccheggia: geniali le trovate di effetti speciali, meravigliosi i personaggi di contorno. Terrebbe benissimo anche oggi peluche a parte. Toubiana non c'era.
C'era invece anche Manuel De Sica con Monreale e Farinelli a presentare "La porta del cielo", il film girato da Vittorio De Sica nella Roma che aspettava l'arrivo degli alleati mantenendo al sicuro maestranze, attori e comparse. Il film tiene botta alla sua leggenda con indimenticabili Mercader e Marina Berti e la scena finale all'interno di San Paolo fuori le mura.
Il secondo episodio di "Bonjour Mr. Lewis" aggiunge pezzi di interviste a Jerry e si concentra su scene tagliate dei film in cui è regista e il rivedere Dean Martin dopo 20 anni in un telethon grazie a Sinatra. La cosa più interessante: il rapporto con Stan Laurel di cui Jerry parla facendo anche un parallelo tra Dean Martin e Oliver Hardy. Le attese per questa serie non sono ancora mantenute.
"Etudes sur Paris" è uno sguardo sulla città documentaristico che mette a dura prova il vedente.
Anouk Aimèe, 81 anni, ha dato bidone per il secondo anno di seguito al #CinemaRitrovato. Eterna diva che si compiace di sè anche in "Model shop" dove interpreta una francese che si fa fotografare per recuperare i soldi per tornare in patria. Verrà aiutata da un'aspirante architetto allo sbando in procinto di partire per il Vietnam (uno scialbo Gary Lockwood che fu preferito all'allora giovane Harrison Ford). Un Demy poco illuminante in questa trasferta statunitense che oggi fa alzare molto il ciglio.
Spese del giorno 9,50 € per pranzo + cena.

lunedì 1 luglio 2013

Il cinefilo pendolare (3) - I racconti di re Jerry e altre premonizioni

Primi problemi pendolari. Il combinato disposto di un breve ritardo per trovare parcheggio a Faenza, la fila perché essendo il primo luglio si rinnovano gli abbonamenti, una domanda superflua fatta al bigliettaio, provoca l'allontanamento del treno mentre sono ancora alla base delle scale. Peraltro era un treno in ritardo.
Così è saltato il primo programma e forse è una fortuna visto che ignoro le condizioni del mio fisico dopo due programmi consecutivi di muti di cento anni fa. Quindi si legge il catalogo aspettando alle 11 la visione del Caserini restaurato del 1913.

Sala Mastroianni, "Ma l'amor mio non muore" (Mario Caserini, 1913, 80')
Quello che era probabilmente l'evento del giorno ha largamente deluso. La prima della versione restaurata del film che proprio cento anni fa lanciò anche in Italia la figura della diva, iniziando con l'attrice teatrale Lyda Borelli, ha accontentato probabilmente solo i fans dei restauri. Sarà l'immagine troppo pulita che alza il livello della aspettativa per il film, sarà l'accompagnamento musicale di solo piano scelto (mentre nel dvd appena uscito ve ne sono altri due, di pezzi operistici e più orchestrali, che probabilmente supportano meglio le scelte registiche), ma la visione risulta tediosissima a iniziare dal WTF iniziale degno del peggior Lindelof: i due generali dopo aver concordato in una stanza i piani di battaglia lasciano tutto su una carpetta sul tavolo andandosene con la protagonista e lasciando sola la spia, libera di sottrarre i documenti.
La stessa Lewinski, curatrice di tutti i programmi di cento anni fa consiglia una plurivisione ma sarà difficile cambiare opinione su questa, peraltro stilisticamente impeccabile, opera lirica senza canzoni.

Sala Scorsese, "Bonjour, Mr. Lewis - episodio 1" (Robert Benayoun, 1982, 55') con introduzione di Pierre Kalfoun.
Il documentario televisivo in sei parti sulla multiforme carriera artistica di Jerry Lewis è stato introdotto da una torrenziale dissertazione del produttore del film, il francese Pierre Kalfoun, che si è concentrato su come Lewis è stato convinto a mettere a disposizione il suo enorme archivio personale e sulle sue qualità umane, spesso impensabili vedendolo recitare.
Il primo episodio cerca di introdurre la figura dell'attore regista attraverso interviste a colleghi (in questa puntata Mel Brooks, John Landis, Martin Scorsese, Martin Feldman e Steven Spielberg), uno schetch con Dean Martin che ripercorre il loro primo incontro e backstage tratti dal film girato con Scorsese e dell'ultimo film come regista. Zavorrato dall'incedere televisivo non fa altro che accrescere l'appetito per gli episodi successivi e lascia due sollecitazioni.
Dai titoli di coda il docu risulta coprodotto da Rai2 (c'è anche chi giurava di averlo visto in gioventù mentre si attendeva fuori la proiezione di Caserini, e affermava che a Bologna sarebbe circolato il famoso film di Lewis clown in un lager che non volle distribuire) e forse negli archivi RAI c'è una copia meno usurata dal tempo.
Questa scelta della cineteca potrebbe preludere al restauro dell'archivio Lewis visto che Kalfoun ha rivelato che ora gli archivi sono interamente di proprietà dell'indimenticato Picchiatello?

Sala Scorsese, conferenza "Alla ricerca di Allan Dwan" con Kevin Brownlow
Brownlow non è stato efficace come altre volte ma in un tempo contenuto (probabilmente gli è stato chiesto di recuperare lo sforamento del dossier Lewis e ha parlato un po' accellerato mettendo in difficoltà i traduttori) è riuscito a lasciarci i caratteri fondamentali del regista Dwan, una sorta di Donen del muto che aveva Fairbanks come attore feticcio e poi diresse anche gli ultimi film muti di Gloria Swanson. Abile orchestratore di scene di massa, ebbe una rapida parabola discendente col sonoro. Era un'autore? Brownlow non ha affrontato l'argomento ma vien voglia di pensare il contrario e catalogarlo ottimo kestierante.
Sala Scorsese, "...À Valparaíso" (Joris Ivens, 1963, 27') e "La sixième face du Pentagone" (Chris Marker, Francois Reichenbach, 1968, 25')
Due brevi documentari con lo zampino di Chris Marker (quello di "La Jetèe") della cui rassegna ancora nulla so. Sembrano metadonici materiali RAI hanni '70 ma non mancano i guizzi, a cominciare dai temi: la strana città cilena con la favelas in cima e il colore che all'improvviso prende il posto del bianco e nero e il tentativo, quasi in presa diretta di una protesta universitaria di assalire il Pentagono nel fatidico '68. Mi resterà la ragazza che lancia un fiore ai poliziotti statuntensi e li sfida a raccoglierlo e i manganelli legnosi con cui vengono fatte sanguinare le teste di chi ha osato invadere la massima istituzione militare del mondo.

Sala Scorsese, "La peste bianca" (Hugo Haas, 1937, 108')
Ancora anticipazioni della Seconda Guerra Mondiale, questa volta a livello di precog. In un imprecisato stato europeo governato da un maresciallo mentre si prepara la guerra contro un piccolo vicino scoppia una epidemia detta "la peste bianca" (il film è del 1937, il libro di Camus del 1947) che colpisce le persone tra 45 e 55 anni prima con una macchia bianca poi con la consumazione del corpo.  Non c'è cura, tanto che il massimo luminare del paese prescrive prima una pomata contro la puzza e poi droga per perdere i sensi. Uno strano medico greco, Galeno, ha però la cura e la usa, dopo diatribe coi medici più importanti solo per curare i poveri. Quando il morbo colpisce il barone Krog, magnate degli armamenti offre la cura in cambio della proclamazione della pace. Krog preferisce suicidarsi dopo essere stato divorato dai dubbi. Il maresciallo dittatore, scoperta la propria malattia appena scatenato il conflitto, invece proclama la pace immediata ma Galeno viene linciato dalla folla perché pacifista mentre gli porta la cura.
Il film si conclude con le parole di pace del dittatore diffuse da uno dei campi dove vengono rinchiusi i malati senza speranza.
Sorprendente apologo nerissimo di matrice cecoslovacca che dona una nota di irrequietezza alla fine di questa giornata.

Tornando a casa una lieta sorpresa: alle 21.16 un nuovo treno fresco di officina neanche segnato nei nuovi orari. Misteri delle Ferrovie.
Spese del giorno: 28,80 € abbonamento settimanale; 11,78 € pranzo + cena.

domenica 30 giugno 2013

Il cinefilo pendolare (2) - Una domenica tra gabbie, supereroi e gatti cecoslovacchi

Sala Scorsese, "Tutto finisce all'alba" (Max Ophuls, 1940, 82')
Si parte con la inquietante rassegna che raccoglie film antecedenti alla Seconda Guerra Mondiale che intercettano un mal di vivere che anticipa l'arrivo della Grande Catastrofe.
Insomma, in tempi in cui ci si sorprende perché Nanni Moretti ha anticipato le dimissioni di un pontefice e la condanna a sette anni di un capo politico, mostrare il ruolo precognitivo del cinema.
Essendo Ophuls uno dei massimi registi della storia il film è un fottuto capolavoro. Narra le vicende di Evelyne, una soubrette in via di autodistruzione che si esibisce in un locale le cui maestranze necessiterebbero di una iniezione di antitetanica.
Donna di notte che custodisce un figlio decenne nella topaia in cui abita, cresciuto con amore ma con una certa leggerezza. In una scena mirabile il pupo si alza ignudo dalla vasca in cui ha appena fatto il bagno per essere infilato a letto senza essere stato toccato (Ophuls compie qui uno dei piccoli errori della sua carriera coi capelli dell'infante che si asciugano da soli dopo un cambio di inquadratura).
La squallida esistenza della protagonista è sconvolta dall'apparizione per strada di un'amante conosciuto anni prima in una località montana canadese dove ovviamente non si era presentata come una prostituta momentaneamente libera dal suo protettore.
Invece che liberarsene con poche parole rinfocola l'antica passione e finge di abitare in un palazzo dove l'appartamento più piccolo ha l'ingresso grande come una piazza d'armi.
Ci si trasferisce col bimbo novenne informando nella stamberga di una improbabile vacanza in campagna, rompe col localaccio tranne che con il vecchio chansonnierbche le faceva da amico del cuore e prova a riallacciare l'antico legame. Ma è una fallace illusione: gli strozzini che gli hanno dato il denaro per simulare chiedono la restituzione; non resta che affidare il piccolo all'antico amore e perdersi nella Senna.
Ophuls è magistrale anticipando soluzioni di regia, come la stessa scena vista da più punti di vista, che molti pensano nata con Welles. Per i moderni resta comunque un'opera segnata dal tempo anche se il fascino premonitore di film americani successivi ne valorizza la visione.

Sala Scorsese, "Moglie, sii come una rosa" (Mikio Naruse, 1935, 74')
Prende il via con questa proiezione la seconda annata della rassegna "Il Giappone parla!", quello che rimane oggi delle opere del difficile passaggio della cinematografia nipponica dal muto al sonoro. L'impresa è condotta da due aiutanti e giovwni studiosi, Alexander Jacoby e Johan Nordström, che hanno brevemente introdotto la rassegna illustrando i metodi con cui si sono procurati le pellicole.
L'opera che segue è il dramma di una figlia che, in procinto di sposarsi, deve cercare di ricomporre il legame tra i propri genitori dopo che da anni il padre ha lasciato Tokyo per farsi un'altra famiglia in campagna.

I ruoli femminili sono straordinariamente moderni e fanno aggio su qualche ingenuità di sceneggiatura (come si sono potuti sposare una scrittrice di haiku e un cercatore d'oro?) e la nitidezza della trama anticipa la levità di capolavori del dopoguerra. Intrigante il rapporto tra pari tra la protagonista e il futuro marito e il ruolo di deus ex machina riluttante svolto dallo zio, incarnazione della piccola borghesia giapponese con i suoi strani tic. Da segnalare anche l'efficace contrasto descritto tra la vita di campagna, dove il padre (anche se non ha mai trovato l'oro) vive con la nuova compagna e due figli e la vita di città rappresentata dal kabuki (con l'illuminazione improvvisa su da dove venga la chioma di Megaloman.

Sala Scorsese, conferenza "I muti di Hitch", Charles Barr, storico del cinema
In occasione del restauro dei film muti di Alfred Hitchcock da parte della BPI, che si vedranno durante il festival, causa assenza del rappresentante BPI, ma arriverà per il seminario, spazio a Charles Barr, una leggenda della storiografia del cinema.
Leggenda mantenuta in quanto in un'ora il timidissimo luminare (indizio: vuole parlare in piedi), coadiuvato da un mini portatile collegato allo schermo abilissimamente utilizzato, ci spiega come il genio di Alfred sia da tagliare con un gruppo di maestri e collaboratori che solo il restauro e la rilettura di questi film . 33 anni fa a Roma in un convegno post mortem non erano molto interessati.

Cinema Arlecchino, "Un giorno, un gatto" (Jasny Voytech, 1963, 102')
Se questo è il livello della rassegna sul cinema a colori cecoslovacco degli anni 60' siamo alla scoperta di qualcosa tipo la ruota per gli uomini primitivi.
In una cittadina che cerca di seguire il piano quinquennale un maestro e un custode della torre (ma sarebbe più esatto dire uno spirito della città) insegnano ai bambini sistemi che inducono il preside (ligio al dovere e appassionato di taxidermia, gloria del paesino) a tenere d'occhio in collaborazione con il bidello.
Subito dopo il racconto una favola si incarna per la strada: arriva un gruppo di circensi, guidati da un sosia del custode della torre, che fa uno strano spettacolo basato sui colori e su un gatto che, togliendosi gli occhiali, rivela l'animo e i difetti di ognuno: rosso amore, giallo tradimento, viola bugia. Ovviamente cercheranno di uccidere il gatto che si salverà grazie ai bambini che spariranno per difenderlo.
Pieno di trovate e con un'uso del colore e degli effetti visivi che mangia in testa ai film Disney coevi e con una freschezza incredibile per i tempi che sono una feroce critica per i regimi totalitari in primis quello cecoslovacco, se ne caldeggia la visione con ogni mezzo. Sarà dura rinunciare alla dose quotidiana di un cinema così per il maxi documentario su Jerry Lewis...

Cinema Arlecchino, "L'uomo invisibile" (James Whale, 1933, 71')
Splendido restauro, effettuato dalla Universal in occasione dei suoi 100 anni, di uno dei primi grandi film di sci-horror. Partendo da un racconto di H.G.Wells la parabola distruttiva di un'uomo che scopre una droga che gli permette di diventare invisibile ma lo porta sulla via della pazzia mentre cerca l'antidoto.
A distanza di 80 anni si apprezzano di più le trovate umoristiche (la locandiera o il vecchio poliziotto) che gli effetti speciali, eccezionali allora.

Cinema Jolly, "He comes up smiling" (Allan Dwan, 1918, 24', frammento) "A modern musketeer (Allan Dwan, 1917, 73')
Due muti per iniziare a ragionare su Dwan, di cui domani ci sarà l'attesa conferenza di Browlown. Nel primo un'impiegato di banca deve custodire il volatile del direttore ma dopo una serie di vicende alla Harry Lloyd entra nel mondo dei barboni filosofi e lo lascia andare. Problemi con alcuni barboni e l'occasione di abiti lasciati da un finanziere mentre fa un bagno a fiume, lo fanno entrare nel bel mondo dei ricchi. Il finanziere cerca di recuperare il proprio posto (ma malvestito non viene riconosciuto) e qui il film si interrompe.
Nell'altro Douglas Fairbanks interpreta prima D'Artagnan nella prima scena classica di tutti i film sui moschettieri (nella taverna solo contro tutti), poi all'inizio del secolo un ragazzo del Kansas tirato su a dosi da cavallo del romanzo di Dumas che vive una mirabolante avventura tra western e road movie per conquistare una ragazza e rimettere giustizia.
Entrambi gli eroi di Dwan sono praticamente supereroi anche se inconsapevoli come superpoteri aveva il gatto cecoslovacco.
La gabbia è l'altro protagonista trasversale della giornata, metafora scelta in tutti i film.

Partito da casa alle 7.11 rientrato alle 22.14.
Spese: 40 euro accredito e catalogo, 8,80 euro biglietto giornaliero, 10,69 euro pranzo.
Treni regionali scalcinati come previsto, quasi vuoti. Il treno di ritorno con 45 minuti di ritardo.